Chi o Cosa è un Salafita? E’ Valido il Loro Approccio?

Chi o cosa è un Salafita? E’ valido il loro approccio?

 

Di: © Shaykh Nuh Ha Mim Keller 1995

Da: http://www.masud.co.uk/ISLAM/nuh/salafi.htm

Traduzione a cura di `Umar Andrea Lazzaro.

 

Il termine “salafi” o “Musulmano delle prime generazioni” nella conoscenza sapienziale islamica tradizionale indica qualcuno che sia morto entro i primi quattrocento anni dopo il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace), inclusi sapienti come Abu Hanifa, Malik, Shafi`i ed Ahmad Ibn Hanbal. Chiunque sia morto successivamente a questo periodo è uno dei “khalaf” o “Musulmani degli ultimi giorni”.

Il termine “Salafi” è stato ripreso come slogan e movimento, tra i musulmani degli ultimi giorni, dai seguaci di Muhammad Abduh (lo studente di Jamal al-Din al-Afghani) qualcosa come tredici secoli dopo il Profeta (Allah lo benedica e gli dia pace), circa cent’anni fa. Così come simili movimenti che sono storicamente apparsi nell’Islam, la sua pretesa fondamentale era che la religione non era stata compresa correttamente da nessun altro fuorché dal Profeta (Allah lo benedica e gli dia pace) e dai Musulmani delle prime generazioni… e da loro stessi.

Idealmente, il movimento propugnava un ritorno ad un’ortodossia basata sulla Shari`ah che purificasse l’Islam da escrescenze indesiderate, i cui criteri di giudizio sarebbe il Corano e gli ahadith. Ora, questi ideali sono nobili, e non credo che nessuno potrebbe non concordare con la loro importanza. Gli unici punti di disaccordo sono sul come questi obiettivi vadano definiti, e come questo programma vada portato avanti. E’ difficile affrontare in modo appropriato in poche parole tutti gli aspetti di questo movimento e le questioni correlate, ma spero di pubblicare al proposito un’opera completa più avanti quest’anno, insha’Llah, in una collezione di saggi chiamata “I Ri-formisti dell’Islam”.
Per quanto riguarda la validità di questo approccio, si può notare che l’approccio Salafita è un’interpretazione dei testi del Corano e della Sunnah, o piuttosto un corpus interpretativo, e come tale, coloro che avanzano tale pretesa sono soggetti agli stessi rigorosi criteri delle scienze islamiche, così come chiunque altro avanzi pretese interpretative sul Corano e sulla Sunnah; cioè, devono dimostrare:
1. Che le loro interpretazioni sono accettabili dal punto di vista della lingua araba;
2. Di possedere esauriente padronanza di tutti le fonti basilari che riguardano ogni questione affrontata, e
3. di avere completa familiarità con la metodologia degli “Usul al-Fiqh” (i fondamenti della giurisprudenza) necessari a congiungere in modo esauriente tutte le fonti principali.

Solo chi possiede queste qualifiche può legittimamente produrre una valida rivendicazione interpretativa sulle fonti, che è definita ijtihad o “deduzione della Shar`iah” dalle fonti primarie. Senza queste qualifiche, il massimo che si possa legittimamente rivendicare è il riprodurre una tale affermazione interpretativa da qualcuno che invece possegga effettivamente queste qualifiche; ovvero, uno di quei grandi sapienti unanimemente riconosciuti come tali dalla Ummah sin dai tempi dei veri Salaf, alla testa dei quali sapienti stanno gli Imam mujtahid dei quattro madhahib o “scuole giuridiche”.

Per quanto riguarda i sapienti di oggi che non hanno le qualifiche di un mujtahid, non mi è chiaro perchè mai dovrebbero essere automaticamente considerati mujtahid, come quando si dice che qualcuno è il “più grande sapiente vivente della Sunnah”, che non ha molto più senso del definire “fisico” un bambino al parco giochi dicendo “è il più grande fisico del parco”. Le pretese sulla conoscenza islamica non arrivano automaticamente. Slogan come “seguire il Corano e la Sunnah” suonano bene in teoria, ma in pratica tutto si riduce ad una questione di qualifiche conoscitive, e a chi chiarirà le migliaia di domande sulla Shari`ah che un musulmano affronterà nella sua vita. Alla fine ci si rende conto di dover scegliere tra il seguire l’ijtihad di un vero mujtahid, o l’ijtihad di questo o quel “leader del movimento” le cui “qualifiche” possono in realtà essere semplicemente mera questione di reputazione, qualcosa suscitato e diffuso tra gente senza una comprensione delle questioni in discussione.

Oggigiorno, cioè che viene in mente a molti quando si dice “Salafiti”, sono giovani uomini con la barba[1] che litigano a riguardo del Din. La speranza fondamentale di questi giovanili riformatori è che litigi e conflitti finiranno per eliminare ogni resistenza o disaccordo alle loro posizioni, con il risultato di “purificare” l’Islam. Penso invece che l’educazione, da tutte le parti, possa fare di più per migliorare la situazione.
La realtà di fatto è che gli Imam mujtahid, coloro il cui compito è stato di dedurre la Shari`ah Islamica del Corano e dagli ahadith, erano d’accordo sulla gran parte delle regole; mentre per quelle sulle quali divergevano, avevano le loro buone ragioni per farlo, o perchè l’arabo può essere compreso in più di un modo, o perchè un determinato testo del Corano e degli ahadith ammetteva qualifiche date in altri testi (alcuni dei quali, per ragioni di metodologia legale accettabili per un mujtahid, ma non per un altro), e così via.

Per via della mancanza di informazioni concrete in inglese [e a maggior ragione in italiano, NdT], la legittimità della differenza tra i sapienti a riguardo di regole della Shari`ah viene spesso persa di vista tra i Musulmani in occidente. Per esempio, l’opera “Fiqh al-Sunnah” di Sayyid Sabiq, recentemente tradotta in inglese [ed anche in italiano, NdT], presenta prove dagli ahadith per regole che al 95% corrispondono con quelle della scuola Shafi`i, il che è un contributo benvenuto, ma non è affatto l'”ultima parola” su queste regole, perchè ognuna delle quattro scuole possiede una vasta letteratura di prove dagli ahadith per le rispettive regole, non soltanto la scuola Shafi`i “rappresentata” nell’opera di Sayyid Sabiq. Ad esempio, la scuola Maliki ha la “Mudawwana” dell’Imam Malik, la scuola Hanafi ha il “Sharh Ma`ani al-Athar” [“Spiegazione dei significati degli ahadith”] ed il “Sharh Mushkil al-Athar” [“Spiegazione degli ahadith problematici”], entrambi del grande sapiente di ahadith, l’Imam Abu Jafar al-Tahawi, il cui secondo lavoro è stato recentemente pubblicato in sedici volumi dalla “Mu’assasa al-Risala” a Beirut. Chiunque non ha letto queste opere e non ne conosce il contenuto è condannato ad essere ignorante delle prove dagli ahadith per la gran parte delle posizioni Hanafi.

Ciò che sto cercando di dire è che c’è un grande parte di fiction in ballo, quando qualcuno arriva dai Musulmani e dice: “Nessuno ha compreso correttamente l’Islam tranne il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace), le prime generazioni di Musulmani.. ed il nostro shaykh”! Ciò non è valido, perchè i durevoli sforzi di Imam di primo rango di ahadith, giurisprudenza, esegesi Coranica ed altre discipline della Shari`ah impongono ai musulmani l’obbligo di conoscere e comprendere le loro opere, nello stesso modo in cui una seria comprensione di qualunque altro ambito conoscitivo obbliga di aver studiato le opere dei suoi maggiori sapienti che hanno affrontato le relative questioni e risposto le relative domande. Senza tale studio, si è condannati a ripetere errori già compiuti e chiariti in passato.

La maggior parte di noi conosce persone di questa Ummah che difficilmente riconoscono altri sapienti sulla faccia della terra oltre all’Imam del loro madhhab, lo shaykh del loro Islam, o qualche sapiente contemporaneo od altro. E questa sorta di entusiasmo è comprensibile, persino accettabile (a livello umano) in chi non è un sapiente, ma solo fintanto che non arrivi al ta’assub (bigotteria), ovvero quando si crede di poter umiliare dei Musulmani che seguano altri sapienti qualificati. A tal punto ciò diventa haram, perché diviene parte del settarismo (tafarruq) tra Musulmani che l’Islam condanna.

Quando si acquisisce conoscenza Islamica e si mette da parte la fiction, ci si rende conto che superlativi come “il più grande” a proposito di particolari sapienti, sono inappropriati; ci si rende conto che ognuna delle quattro scuole della giurisprudenza Islamica classica ha avuto molti molti luminari. Immaginare che tutta la conoscenza sapienziale precedente debba venir valutata nei termini di questo o quel “Gran Riformatore” significa prepararsi ad una grande delusione, perché ciò è intellettualmente insostenibile. Ricordo di aver sentito uno studente di legge all’Università di Chicago dire una volta: “Non sto dicendo che Chicago ha tutto, semplicemente nessun altro posto ha ogni cosa”. Niente giustifica trasferire questo genere di attitudine nelle nostre ricerce sapienziali, che lo si chiami “Movimento Islamico”, “Salafismo” o in altro modo, e prima ce lo lasciamo alle spalle, meglio sarà per la nostra conoscenza sapienziale Islamica, per il nostro senso della realtà, e per il nostro Din.

Nota:

[1] E’ necessaria una precisazione, onde evitare facili fraintendimenti, anche a causa dell’immaginario collettivo che dipinge i salafiti come “più praticanti e rigorosi”, quando la realtà è spesso differente. In realtà, accennando alla barba come caratteristica a volte riscontrabile tra alcuni salafiti (e certamente, non solo tra loro), Shaykh Nuh Ha Mim Keller non intende affatto relegare tale pratica ad un qualche “monopolio salafita”, né tantomeno degradare l’importanza di tale obbligo religioso; lo stesso Shaykh Nuh, autore di quest’articolo, ha una barba ben oltre la lunghezza di un pugno, così come prescritto dalla Shari`ah!

Semmai, il riferimento è all’attenzione che i salafiti tipicamente dirigono alla parte esclusivamente esteriore della Shari`ah – ed anche qui, difficilmente in maniera organica e completa, focalizzandosi soltanto sugli aspetti esteriori, che però sono anch’essi senz’altro fondamentali e necessari -, ed invero, la soluzione alla mancanza di equilibrio dei salafiti non è una mancanza di equilibrio in senso opposto (come invece proposto dagli egualmente devianti ambienti di certi pseudo-sufi e “tradizionalisti”, e dalle loro dicotomie tra “interiore” ed “esteriore”), bensì il raggiungimento di tale equilibrio, per mezzo di una pratica rigorosa e completa del Din, in tutti i suoi aspetti, e secondo la metodologia di Ahl as-Sunnah. [NdT]

  1. massimo
    15 dicembre 2010 alle 12:36

    ho sentito sempre che la rottura del digiuno comporta il pagamento della kaffara dando da mangiare a 60 poveri, ma nessuno è stato un grado di dirmi a quanto corrisponde un pasto e se questi 60 son0o in totale o per ogni giorno perso

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  2. mariam.ferrara
    28 aprile 2011 alle 17:54

    Sono grata a chi come te dedica il suo tempo a far scoprire la bellezza dell’Islam, non c’è cosa più bella della conoscenza!!.Questo delle 4 scuole coraniche è un argomento che mi affascina anche se non ho trovato nessuno fin’ora che ne sapesse almeno un pochino. Adesso che i Salafiti sono venuto alla ribalta x il povero Vik Arrigoni mi sono sentita chiedere chi siano “questi qui”. Allora grazie infinite x questo sforzo che fate x infondere almeno le basi di un Islam corretto e sapiente, salam

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  3. Mounira
    28 maggio 2012 alle 17:28

    Grazie per il tempo dedicato per semplificarci la vita e darci maggiori chiarimenti
    Mounira Knani Sansonetti

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